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Le città senza tempo
di B. Akunin
Pubblicato su PBVAMP


Anno 2006 - Editore Frassinelli
Prezzo € 17 - 206 pp.
ISBN 2147483647

Una recensione di Luca Toni
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Le città senza tempo è un libro scritto a quattro mani che in realtà sono due. Eh si perchè il filologo russo Grigori Tchkhartichvili collabora con il suo doppio Boris Akunin nella stesura di questa singolare opera che racchiude saggio e fiction, filosofia e paranormale, illuminismo e mistica, ragione e sentimento (e qui citiamo solo di sfuggita la lunga tradizione russa di amore per il doppio.). Apparentemente Grigorij dovrebbe rappresentare il rigoroso filologo, lo studioso che ricostruisce analiticamente la storia e le suggestioni che accompagnano alcuni tra i cimiteri più noti al mondo, mentre Akunin sarebbe la mente letteraria che imbastisce storie fantastiche. Ma vediamo come spesso le cose siano più complicate. Grigorij si fa contaminare sovente da suggestioni, tentazioni irrazioanalistiche,subisce il fascino del mistero e a malapena resiste nella sua posa razionale. Può capitare al contrario che l'estroso Akunin ci regali un racconto come quello del cimitero giapponese dove nella migliore tradizione illuminista il detective nelle tracce sovrannaturali non vede altro che i segni del crimine commesso.
Ma la cifra fondamentale dell'opera risiede nel programma esposto nella prefazione : non visitare alcun cimitero ancora in attività, dove il trambusto del presente disturbi la contemplazione dell'opera del Tempo. Deve trattarsi di cimiteri dove non avvengono più sepolture, dove regni il silenzio dell'eternità. Ecco che si svela l'intento di soffermarsi sulla morte con un afflato contemplativo che la sorvoli dall'alto, che prescinda dal sangue e dal dolore quotidiano per andare a coglierne un essenza essenzialmente non tragica. Si perchè se vogliamo cogliere uno svolgimento nella sequenza dei cimiteri (Mosca, Londra. Parigi, Okhlahoma, New York, Gerusalemme) è quello di una morte esorcizzata di volta in volta con l'ironia, con il distacco, con la pazienza, con una visione tutto sommato conciliatoria.
L'unità del libro risiede nella concezione organica della morte come evento della natura che come tale è un arrendersi alle forze cosmiche con un importante eccezione : la morte improvvisa. La morte improvvisa, celebrata proprio nel saggio sul cimitero di Oklahoma è quella più temuta dall'uomo, perchè viene a recidere la vita nel pieno della sua forza e lascia l'amaro sapore dell'incompiutezza.
Al contrario laddove la morte arrivi a completamento di una vita pienamente vissuta, essa non può essere che accolta con pacifica rassegnazione, quasi invocata, come vediamo nel significativo racconto finale ispirato alla concezione della morte ebraica, dove si immagina una coppia di vecchissimi, ultracentenari innamorati, in una civiltà che spinge il momento della fine talmente in avanti che il risultato è solo quello di garantire la noia esistenziale perchè "tutto è stato fatto, tutto è stato detto." Il racconto appare cupo ma non a caso è invece intitolato Happy End; credo coerentemente, senza ironia.
Per certi aspetti il gusto corposo del richiamo delle storie dei defunti (non necessariamente famosi) può ricordare la pietosa opera di Edgar Lee Masters "Antologia di Spoon River" anche se lo sguardo è meno malinconico e più divertito. Più che sulla nostalgia delle vite passate ci si concentra sulla capacità di ogni vita individuale di essere portatore di una storia, di una narrazione e in quanto tale portatore di senso.
Lo sguardo disincantato è possible grazie proprio alla distanza temporale che annulla ogni emotività e permette la contemplazione disinteressata di queste cattedrali senza tempo, tutte a loro modo belle, belle perchè testimoni della saggezza della natura che nella sua incessante opera di creazione e distruzione mantiene un mirabile equilibrio che la mente individuale, preda delle angosce e dei dolori quotidiani abitualmente non coglie, ma che può comprendere benissimo vagando in queste isole d'eternità.
Sembra quindi di innalzarsi verso quella scuola di distacco che accomuna tradizioni opposte come quella orientale e quella occidentale.
Sarebbe ingiusto tuttavia concludere senza omaggiare la levità nel raccontare e la straordinaria creatività e fantasia di Akunin che riesce per ogni cimitero a inventarsi un racconto adeguato e molto spesso divertente, basti pensare al Marx vampiro che si aggira per il cimitero di Highgate in cerca di succulenti comunisti di cui cibarsi, o lo straordinario racconto del Pére Lachaise in cui Oscar Wilde sembra davvero bruciare di una passione inestinguibile.
Nessun libro d'argomento funebre è mai stato così leggero e invitante.


Una recensione di Luca Toni






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