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Osvaldo Licini: la sua terra, la malinconia e la follia
di Riccardo Renzi
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Osvaldo Licini: la sua terra, la malinconia e la follia

Il presente saggio intende indagare la personalità artistica di un grande intellettuale del Novecento italiano: Osvaldo Licini.

Ai più, il nome Osvaldo Licini, non dice quasi nulla, ma a noi abitanti del sud della Marca e ai più attenti critici d’arte molto comunica.

Osvaldo Licini, al momento, è considerato uno dei maggiori esponenti italiani dell’astrattismo artistico della prima metà del Novecento. Il giudizio sull’artista, però, non fu sempre questo, per un lungo periodo cadde nel dimenticatoio e solo negli ultimi trent’anni lo si è andato riscoprendo e valorizzando. Motivo questo, che bene spiegherebbe l’aumento vertiginoso delle quotazioni delle sue opere.

Originario di Monte Vidon Corrado, splendido borgo situato a metà strada tra il mare e gli Appennini, nacque il 22 marzo 1894. Il pittore, nei primissimi anni di vita, venne cresciuto dal nonno, poiché i genitori per motivi di lavoro si dovettero trasferire a Parigi. Nel 1908, spinto proprio dal nonno che aveva ravvisato in lui grandi doti artistiche, si trasferì a Bologna per frequentare l’Accademia di Belle Arti, furono suoi compagni di studio Giorgio Morandi, Mario Bacchelli, Severo Pozzati, Giacomo Vespignani. 

Nell’estate del 1909 scrisse i Racconti di Bruto, cinque brevi racconti nei quali Bruto, alter ego grottesca del Licini, racconta sé stesso. Nel “Bruto” liciniano l’erotismo è elemento fondante del personaggio stesso. Un erotismo sguaiato e coprofilo, cortometraggio surreale di una virilità esplosa, di una sensualità cieca e senza vera aspettazione dell’altra metà. In Licini si può parlare di assenza della donna. “Dodò” la bellissima donna che si accompagna con “Bruto” sembra assistere, più che partecipare alle performances dell’amico: «afferrò Dodò, la rovesciò, la morsicò, la leccò, la baciò; dopo questi e altri maltrattamenti a lei e alle sue cose, ecco la sua reazione. Dodò si sollevò curiosa e lesse, poi si mise a ridere forte: “sei matto!?”». La donna qui è poco più che un oggetto di “giuoco”. Nei racconti esplode tutto il cagnesco cinismo presente nell’autore: «Bruto saltò dalla finestra di casa, saltò il cancello dell’orto, scavalcò la fratta e cadde sull’erba. Poi morsicò l’erba. Quando Bruto fu stanco alzò gli occhi e vide sulla testa i rami di un gran fico montò su e mangiò fichi a crepapelle». Bruto, alter ego del giovane Licini, è un ragazzo iperattivo e a tratti quasi animalesco. Il protagonista dei Racconti continuerà a vivere nel pittore anche in età adulta. Licini è personaggio ben vivo nei racconti dei compaesani: il suo linguaggio naturale e colorito, le sue stravaganze d’uomo maturo che conserva atteggiamenti adolescenziali, i suoi gesti assurdi e surreali colpivano la gente di Monte Vidon Corrado. Tali testimonianze sono state raccolte nel catalogo di una mostra che il paese dedicò all’artista nel ventesimo anniversario della morte: «Sentiamo una voce pronunciare frasi, per noi sconnesse, ci avvicinammo ad una grossa quercia, la in cima vedemmo Osvaldo Licini che distribuiva sproloqui a tutto e a tutti». Un’ulteriore testimonianza ci giunge da Alfredo Memo: «L’ho visto più di una volta seduto sopra al tetto di casa dove improvvisamente scoppiava in fragorose risate». Il Pittore era dunque rimasto un fanciullo che adorava arrampicarsi e amava i giochi rischiosi, come testimoniato da Giulio Tosi: «Amava i giochi rischiosi, e per poco non ci rimise la vita cadendo da una colonna che si trovava all’ingresso del paese alta più di cinque metri».

Tornando alla biografia del pittore, nel marzo del 1914 tenne la sua prima mostra presso l’Hotel Baglioni di Bologna, insieme ad altri artisti emergenti. Nel 1915 si trasferì per un breve periodo a Parigi e presso il Café de la Rotonde conobbe e frequentò, Pablo Picasso, Jean Cocteau, Blaise Cendrars, Ortiz de Zarate, Moïse Kisling. Tra il 1922 e il 1925, ritornato al suo paese natio, intraprese uno stimolante dialogo culturale con gli amici marchigiani Felice ed Ermenegildo Catalini, Gino Nibbi, Acruto Vitali. 

Acruto Vitali, artista e poeta per Licini fu un mentore, in particolar modo per quanto concerne la poesia. Fu Vitali che gli fece conoscere Sandro Penna, fu sempre lui che lo avvicinò alla poesia francese, facendogli apprezzare la poetica di Rimbaud. Insieme coltivarono l’amore per Leopardi e la sua poesia. Per il pittore di Monte Vidone, Leopardi fu un’ossessione. «Spesso si recava a casa dell’amico sangiorgese per farsi recitare qualche verso del poeta recanatese e puntualmente al termine di ogni recitazione, affermava che prima o poi avrebbe dedicato al poeta una serie di quadri. Un giorno Licini si recò da Vitali con un piccolo quadro sotto braccio e gli disse: “Ecco qua il mio Leopardi”, era un’Amalassunta luna»[1]

L’Amalassunta è il soggetto più noto della pittura liciniana. Per il pittore essa è «la luna nostra bella, la mia luna», dunque la luna marchigiana, osservabile solo dalle nostre colline. Il nome deriverebbe dalla regina Amalassunta, figlia del re degli Ostrogoti, Teodorico. Ella, durante il suo regno (526-535), spostò la capitale da Ravenna a Fermo, facendo vivere alla città un periodo di grande splendore. 

Licini ebbe un rapporto del tutto particolare con il paesaggio marchigiano, amava profondamente la sua terra e i borghi che in essa sorgono come punte di diamante. Straordinario fu il suo legame con Grottazzolina, per la assiduità con cui frequentava la famiglia Catalini, originaria proprio del piccolo borgo marchigiano. Numerose lettere ai fratelli Felice ed Ermenegildo Catalini ne testimoniano la profonda amicizia. Ermenegildo avvocato e professore di letteratura fornì all’amico tutti i libri di cui necessitava. Usando la ferrovia Adriatico-Appennino, Licini, con i due fratelli e l’amico sangiorgese Acruto Vitali, amava fare gite nei borghi situati lungo la tratta e spesso il gruppetto si fermava proprio a Grottazzolina, dove Licini amava dipingere. Il rapporto straordinario che ebbe con il territorio lo differenziò da tutti gli altri artisti, come Leopardi con la poesia, Licini con la pittura riuscì a mitizzare le nostre colline e i nostri borghi, rendendoli un unicum. 

[1] In tale occasione si vedano gli studi su Licini fatti da Luana Trapè.

A cura di Riccardo Renzi



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