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Libidissi
di Georg Klein
Pubblicato su PBSR2006


ROMANZO
Marsilio 2003
188 pp.

ISBN
Una recensione di Angelo Angellotti
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Avvincente, coinvolgente, evocativo. Tre pennellate messe giù in fretta per cercare di dischiudere in maniera repentina, agli occhi del lettore, il mondo di un racconto, da parte di chi , quel contenitore l’ha già rovistato per bene e di esso ha arricchito le emozioni della propria fantasia. “Libidissi” di Georg Klein, pubblicato da Marsilio, è un gioiello del filone “spy-pulp”, caratteristico, nuovo, particolare, diverso. Troppo facili e scontati i paragoni con le atmosfere di Blade Runner e Tom Clancy, “Libidissi” è figlio unico , nel suo genere, di uno scrittore di talento; un racconto in cui i contorni gotico-metropolitani si fondono perfettamente con le calde ambientazioni mediorientali e le intime introspezioni del protagonista. Un racconto in cui l’immaginazione raggiunge la realtà e va oltre aprendo scenari e considerazioni più che mai attuali. Il libro narra di Spaik, agente segreto tedesco di stanza in una immaginaria metropoli mediorientale: Libidissi; città dilaniata in passato da un’occupazione straniera e dal fondamentalismo religioso è oggi ricettacolo di varia umanità in cerca di fortuna con traffici di ogni specie. Le vicende di Spaik prendono vita mentre la città vive con ansia la vigilia del nono anniversario della morte del Grande Gahis, anniversario che costituirà sicuramente pretesto per i seguaci di Gahis, per far scoppiare disordini in città. Spaik attende il suo sostituto, il “Successore” come lui stesso lo chiama, invano, perché l’Ufficio Centrale invierà una coppia di sicari con l’ordine di ucciderlo. Con il corpo e la mente dilaniati dal morbo contratto per l’abuso della suleika ,bevanda locale ottenuta dalla fermentazione di latte di giumenta, e dalle troppe notti trascorse negli hamam, Spaik decide di vendere cara la pelle tra innumerevoli inseguimenti nel ventre scomposto della città. Una trama a base di intrighi e politica internazionale sulle sponde del Medio Oriente che dimostrano tutta l’attualità del racconto; si potrebbe pensare quasi che l’autore sia stato “ispirato” dai recenti sviluppi internazionali se non fosse che il libro è stato scritto nel lontano 1998. Inquietante ma vero. Un racconto della tolleranza, un melting-pot di stili e culture tra loro spesso opposte e contrapposte, Oriente ed Occidente si incontrano in un prodotto narrativo “bastardo” e, per questo, sorprendente. Il “villaggio globale” è raccolto in una metropoli fin troppo vicina nel tempo e nello spazio seppure, nell’ immaginario dello scrittore, ancora a venire dal realizzarsi. Libidissi è luogo delle contraddizioni, di luci ed ombre pronte a svelare e poi nascondere al lettore i sottili meandri della mente di un autore che gioca con le parole ed il loro suono, che impasta con rara maestria nella pasta originale dell’affabulazione. Ambiguità e contrasti sono l’anima ed il gusto del narratore, sapientemente cesellati sugli incolpevoli personaggi; particolari e dettagli che calamitano l’attenzione del lettore attraverso una percezione soltanto abbozzata: il cigolio delle assi, il collier di transistor e rame, la posta pneumatica che collega solo due piani, abiti sudici che la descrizione rivela negli odori che emanano le pagine. La struttura sintattica che Klein usa è imbastita di espressioni idiomatiche su cui l’autore si accanisce, sezionate come carne viva sul tavolo di un esperto chirurgo; virtuosismi letterari che riescono soltanto a chi , senza imbarazzi, s’innamora dell’arte antica della scrittura. Ogni immagine, ogni bozzetto è dotato di una carica evocativa a tratti bizzarra ma sempre ordinata, come in un quadro di Paul Klee, perché ogni dettaglio ha un suo senso, un suo “dover essere” nell’economia stessa della narrazione, una propria esclusiva voce narrante per incidere ,talvolta con crudeltà, nel significato della realtà. Come l’ “io=Spaik”, pagana liturgia recitata dal protagonista quando parla di sé in prima persona. Una patetica affermazione di sé in una realtà che lo sta tradendo, un “cogito ergo sum” che vuole affermarsi prepotentemente agli occhi dell’autore che sta inopinatamente per eliminarlo dalle pagine che costituiscono il proprio mondo e la propria vita. Io=Spaik, sembra contrapporsi a Klein, come altro da sé, come esistenza nel racconto contro il demiurgo che ha generato tutto ma è fuori della narrazione. Io=Spaik come bestemmia del personaggio principale contro chi lo ha partorito. “Libidissi” è il luogo letterario, oltre che fisico, dove tutto può accadere ed accade, dove molte cose sono enigmatiche e non svelate: nell’ultimo capitolo non è più Spaik, come accade ossessivamente in tutte le pagine del racconto, a parlare, ma la narrazione segue la terza persona. Chi o cosa è costui? Un agente? Una metamorfosi del protagonista?O forse l’autore che cerca di riaffermarsi sulla tracotanza del personaggio da lui stesso creato? Non pretenda il lettore di tornare indietro qualche pagina per cercare di capire, rientra tutto nell’essenza stessa del racconto: un labirinto di interrogativi che sigillano la volontà del suo creatore, una reticenza che dischiude scenari da intrigo politico a cui neanche la fantasia dell’ignaro lettore è dato accesso. Ma non prendetevela con Klein, è pur sempre una spy story… “Zinally appoggia la borsa per terra. Si mette sull’attenti e saluta il paziente alzando il braccio teso senza dire una parola. La semplicità del gesto dell’americano in esilio commuove Spaik e con un accenno di spensierato buonumore alza a sua volta il braccio drizzandolo per quanto gli è possibile.[…] Così risponde al valoroso medico, ammiratore del Gahis e ultimo dei più puri razzisti. Infine alita l’arcaico saluto germanico composto da una sola sillaba, quello che come nessun altro saprebbe conciliarci con la vita, se si fosse sottratto alla malvagità della Storia.”

Recensione di Angelo Angellotti






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