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Vorrei che il cielo fosse imparziale
di Vito Introna
Pubblicato su SITO


Anno 2010 - Diversa Sitonia
Prezzo € 13,00 - 174 pp.
ISBN 9788896086087

Una recensione di Cinzia Baldini
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 Vorrei che il cielo fosse imparziale

La vita, spesso, non è mai come sembra. Molte volte quello che vediamo o che si mostra ad un superficiale sguardo, è solo un ologramma virtuale ed inconsistente di un’ esistenza che concretamente si svolge, magari, esattamente al contrario. Così come il tempo di Annalisa, la protagonista di “Vorrei che il cielo fosse imparziale” di Vito Introna, che scorre monotono, apparentemente sereno e senza scosse, mentre, invece, nasconde le molteplici luci ed ombre di una personalità complessa ed un carattere introverso e poco espansivo. La figura di questa donna non più giovanissima, ma nemmeno così malandata come lei si ritiene a 38 anni, è contorta e semplice allo stesso tempo, un po’ come la sua storia banale ma complicata. Terminati gli studi in una università della Capitale e dopo aver invano tentato, da neolaureata, di inserirsi nel mondo del lavoro nella tentacolare Roma, torna a vivere in Abruzzo, nella tenuta di Passo Nevoso, ereditata dai suoi genitori, morti a breve distanza l’uno dall’altra. Il tran tran quotidiano di questa bucolica, smorta e solitaria esistenza è interrotto, una sera, dall’arrivo inatteso di un gruppo di tre giovanissimi avventurieri appassionati di musica celtica. Annalisa li accoglie nella sua casa e li ospita per una notte e sarà proprio questo incontro a dare una svolta alla sua vita. Ad innescare, in una reazione a catena, il riaffacciarsi prepotente di ricordi e sentimenti che, lasciati in letargo nella zona più remota ed inaccessibile dell’inconscio, a distanza di anni, si ripresentano, fluttuando come fantasmi, spiazzandola con la loro aggressività e lasciandola, priva di difese, in balia di se stessa. “…la sua vita doveva riempirla da sé, in un qualunque modo che la facesse trascorrere meno inutile. Doveva rinascere come donna e come professionista, l’arrendersi o il rinchiudersi in un’haurea mediocritas non l’avrebbe condotta da nessuna parte. Lo sapeva da anni e aveva sempre evitato di pensarci.”. La donna si è preclusa al mondo rinchiudendosi in una gabbia dorata dove il cibo, l’alcol e la solitudine accompagnano le ore, lunghe e tediose, della sue giornate di forzato isolamento. La ventata di vitalità e di nuovo spirito di avventura, nonché di nostalgia per una giovinezza durata troppo poco e mal goduta, entrata in casa insieme ai musicisti, la stimoleranno a cercare di uscire dalla sua autoreclusione attraverso un pellegrinaggio a ritroso. Purtroppo però, la sua ostinatezza e inflessibilità, il suo non voler scendere a patti con la realtà e il non accettare verità scomode pur davanti all’evidenza dei fatti, gli procurerà solo ulteriori, cocenti delusioni che cercherà di annegare nell’alcolismo ormai visibilmente conclamato. È l’inizio di una personale “via crucis” le cui “stazioni” sono rappresentate dalle “riesumazione” delle passate stagioni della sua esistenza. La donna, non senza dolore, sarà infine costretta dagli eventi a prendere coscienza che le attuali ossessioni che perseguitano la sua mente e popolano di incubi i suoi sonni non sono che il frutto di antichi errori mai rivisti e considerati tali. La sua anima, la sua psiche, i suoi valori e le sue convinzioni più intime e radicate saranno, perciò, messe a nudo e vagliate fin nel più piccolo dettaglio dall’autore e presentate, nel libro, in maniera approfondita e complessa ma con un linguaggio vivace ed attuale, chiaro ed efficace, diretto e di sicura presa sul lettore. Perfettamente inseriti con un’ottima scelta di tempo gli altri colpi di scena che si sviluppano nel corpo del romanzo. Essi permettono alla narrazione di compiere dei salti drammatici e inaspettati, di sicuro effetto e di forte impatto, che tengono l’interesse del lettore sempre vigile e attivo e forniscono un’ottima base d’appoggio per sostenere e rilanciare i repentini cambi di scena. Sempre un incontro causale, questa volta con un uomo, il padre della cantante del gruppo musicale, permetteranno alla protagonista di riscoprire, finalmente, se stessa e la sua sopita femminilità. L’agrodolce conclusione del romanzo giunge del tutto inattesa, ma in completo accordo con le vicende del brano. Un lungo passaggio traumatico e scioccante per la vividezza degli scenari rappresentati e dalle penose immagini evocate, che non posso non sottolineare, riguarda il capitolo in cui l’autore descrive il momento terribile in cui si è verificata la scossa sismica che, tanto nella realtà come nella fantasia del romanzo, devasta L’Aquila lo sfortunato capoluogo, e i paesi limitrofi della provincia Abruzzese seminando morte, terrore e distruzione. “Vorrei che il cielo fosse imparziale” è una storia dei nostri giorni, calata perfettamente nella realtà corrente con personaggi del tutto simili a noi sia per il loro modo di reagire che di ragionare. E un aspetto che mi piace evidenziare di questo lavoro è, come, l’ottima ispirazione dell’autore Vito Introna, abbia saputo rendere originale, intrigante e piacevole una lettura che nel suo scorrere tratta e trascina con sé tematiche profonde e problematiche attualissime e controverse dal forte impatto sociale e civile.


Una recensione di Cinzia Baldini



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