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Come la neve
di Adriana Angoletta
Pubblicato su SITO


Anno 2007- Giraldi
Prezzo € 12- 149pp.

ISBN

Una recensione di Carlo Santulli
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 Come la neve

Il Natale è diventato, con gli anni, una festa molto lontana dall’originale significato sia religioso, ma anche pagano di ricorrenza del solstizio d’inverno. Potrei dire che è uno stato d’animo, in certo senso, nel momento in cui lo si forza con l’idea di piacere a tutti, come un abito che, in modo inspiegabile, debba vestire tutte le taglie. Peggio del Natale, per chi è solo, credo ci siano solo certe buie domeniche pomeriggio d’inverno.

La verità, abbastanza malinconica, come dalla mia premessa, che il bel romanzo di Adriana Angoletta “Come la neve” coglie, è che una festa di Natale disertata può rappresentare un segno della difficoltà nel radunare, o far ritrovare i parenti lontani, ma ancora più dispersi dai loro dissonanti modi ed abitudini di vita.

Non dico forse una cosa nuova se sostengo che, in fondo, la parentela o è una vera comunione di affetti, o semplicemente, è un “non luogo a procedere”: il protagonista di “Come la neve” lo scopre suo malgrado (e non si può negare, perché lo spera fino all’ultimo, che questa specie di “agnizione”, o riconoscimento, della solitudine viene da lui rimandata e scacciata fino all’ossessione e al paradosso, e conseguentemente la resa è poi definitiva, i relativi e sporadici contraccolpi di fortuna rendendola solo più amara). Questo è reso ancora più doloroso quando alla parentela si associa una notazione geografica, come la Valtana del romanzo, un posto che progressivamente perde tutte le capacità evocative e suggestive che lo rendono inimitabile, quale a priori nessun posto in realtà è: Valtana è legata anche al ricordo della zia Carla, che è l'unica che, in decisa sintonia col protagonista, vede la presenza di questo legame col paese di montagna, ma non si sa se più per dovere di rispetto delle tradizioni o per reale convinzione. Quel che è certo è l'attrazione, quasi eccessiva, non morbosa, perché questa sembra una categoria smarrita (per fortuna, direi) in questo romanzo delicato, del protagonista per la zia.

 

Ecco, il senso di resa incondizionata si respira nello stile dell’autrice, dimesso e sobrio, dove i dettagli spiegano, più che descrivere la realtà, come instancabilmente il protagonista esamina ogni piccola azione, ogni possibile errore della propria vita, travolgendo in un’implacabile autoanalisi il matrimonio con Maria Giulia e poi il rapporto con Anna, o Anninka come la chiama, la sua famiglia d’origine e quella che avrebbe voluto creare, ma che nei fatti non riesce che a sfiorare nella propria insicurezza. Dal matrimonio nascono anche due figli, ma anche con essi il rapporto è intermittente fino ad affievolirsi e forse spegnersi: e il protagonista vorrebbe che essi assomigliassero a Giulia (come se si potesse perfino pensare ad un figlio che assomigli a noi, o a qualcun altro: ognuno in realtà assomiglia principalmente a se stesso...).

E “Come la neve” indica fin nel titolo, l’aspirazione ad una vita più profonda e più piena si scontra nel protagonista del romanzo con le manchevolezze del proprio carattere. La “faccia scoperta” di cui l'autrice parla proprio all'inizio è quell'inadeguatezza a far fronte alle difficoltà della vita, dove effettivamente “nevica storto”. C'è tuttavia la possibilità di un riscatto, solo morale, ma importante, nei libri letti, come primo tra tutti “Guerra e pace”, nella grande musica, da Chopin al Wagner del “Tristano e Isotta”: anche qui, si avverte lo scollamento tra la persona di grande cultura e la propria sostanziale inettitudine a vivere. C'è in certo senso un attardarsi un po' ottocentesco, sempre garbato ed elegante, in quest'idea che un'immensa cultura possa agire come rivalsa per una vita in fondo incolore. Non sappiamo, né l'autrice vuole rivelarcelo, il che sarebbe forse crudele, se quest'idea possa realmente funzionare, o se sia anch'essa un'illusione, perché di illusioni sembra vivere il protagonista, avvolto in una malinconia forse insuperabile.

Nel complesso, l'opera prima di Adriana Angoletta è un'opera “rischiosa”, nel senso che cerca, pur nei suoi limiti di opera intima e non corale, di addentrarsi in una complessità quasi proustiana, e sicuramente lo smorzarsi del sentimento mai gridato, effetto di essere perbene e non necessariamente perbenista, consente di appassionarsi alle vicende introspettive e profonde ed alle situazioni mai banali (se c'è banalità, è anche in certa vita borghese): è un romanzo che fa pensare, senz'altro, e questo non è poco.

 

 


Una recensione di Carlo Santulli



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