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Canti di Luce
di Pascal D'Angelo
Pubblicato su SITO


Anno 2001- Il Grappolo
Prezzo € N/A- 52pp.
ISBN 888820704X

Una recensione di Maria Pina Ciancio
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 Canti di Luce

E’ una poesia che nasce da un’ispirazione pura e spontanea quella di Pascal D’Angelo (1897-1932), il poeta-narratore autodidatta che nacque ad Idrodacqua in provincia dell’Aquila e che nel 1910 emigrò negli Stati Uniti. La sua vita di stenti e di sofferenze e il suo anelito alla bellezza e alla felicità è tutta raccontata nel libro autobiografico "Son of  Italy" e nella raccolta di poesie "Canti di luce", curata da Luigi Fontanella, dell’Università “Stony Brook” di New York.

I componimenti che fanno parte della raccolta sono apparsi in diverse riviste americane negli anni ’20. Molte di esse furono invece inserite in Son of Italy, altre sono inedite. Il curatore dell’edizione italiana del libro, ha scelto come titolo dell’opera proprio un verso d’angeliano. Quello più emblematico e rappresentativo di tutta la sua produzione poetica: “Canti di luce”. Una luce che scorre netta tra le pieghe del vissuto e tra le crepe di una terra “zingara”. Terra dello sradicamento e dell’abbandono (l’Abruzzo e la Maiella), terra del ritrovamento e del rivelamento (l’America e gli Stati Uniti). Vicinanza e lontananza. Un’esperienza lacerante fatta luce e ombra, che si scambiano tragicamente e vertiginosamente il posto.

Luce

Ogni mattina, mentre mi affretto al lavoro lungo River Road,
Passo davanti all’avara catapecchia di Stemowski,
Vicino alla quale palpita un bianco alone profumato di acacie,
E la pungente primavera mi trafigge.
I miei occhi sono di colpo felici, simili a ombre nuvolose
Quando s’imbattono nell’oscurità che li protegge
Dopo un lungo periodo di difficoltà in un mare di vitrea luce.
Poi mi precipitai al cantiere.
Ma al lavoro la mia mente vaga ancora sulle orme
Dei sogni in cerca di bellezza.
O come sanguino angosciato! Soffro
In mezzo ai miei compagni di fatica
Allegri ma insignificanti!
E’ forse il prezzo di un sogno proibito
Inabissato nel purpureo mare di un futuro oscuro.
(p.11)

Ecco, la luce di Pascal D’Angelo è anima che salva e che riscatta, pur nella consapevolezza drammatica che è “un raggio che penetra il vuoto infinito”.

La condizione di emigrato, la lotta per la sopravvivenza, il lavoro di manovalanza, le esperienze disumane, il disagio interiore della lontananza e della nuova lingua a cui adattarsi, sono le matrici portanti della sua poesia, che si eleva sempre in una ricerca disperata di superamento, in una tensione costante verso quell’armonia e quella fonte di bellezza, che gli consentirà di guardare il mondo con occhi sempre incontaminati e puri. Gli occhi dei semplici.

Mezzogiorno

La strada è un bambino che mi corre davanti
e poi si nasconde dietro una curva –
Vuole forse sorprendermi quando vi arriverò.

Il sole si è costruito un nido di luce
sotto le gronde di mezzogiorno;
Un’allodola si precipita giù dal cielo terso
Come una freccia che canta, bagnata d’azzurro,
dall’arco spaziale.

Ma i miei occhi trafiggono quel soffice azzurro,
da molto lontano,
Laggiù dove vagano eterni amanti
Nelle strade azzurre
Del silenzio
(p. 13)

Un’opera appassionata, ma vivida e lacerante. L’autore dei Canti, imparò la nuova lingua esercitandosi notte e giorno da autodidatta, studiando i romantici inglesi, Keats, Shelley, che seppero illuminarlo e dargli la forza necessaria di resistere e di sopravvivere.

Pubblicata nella collana “Radici” di testimonianze letterarie italiane all’estero, la poesia di Pascal D’Angelo si compie e si attualizza in uno scenario spazio-temporale della “necessità: quello dell’emigrazione protonovecentesca italo-americana.


Una recensione di Maria Pina Ciancio



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