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Due braccia e una lira
di Mario Scaccia
Pubblicato su PBSR2006


Anno 2004- Chimienti
Prezzo € 15- 208pp.
Collana Narrativa
ISBN 8890109319

Una recensione di Salvo Ferlazzo
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 Due braccia e una lira

Ad un certo punto del suo libro, “il concetto di libertà”, R. Aron scrive:”…la definizione iniziale di libertà non è altro che l’assenza di costrizione…, il potere dell’individuo o della collettività di soddisfare i propri desideri o raggiungere i propri fini”.

Tutto ciò presuppone la capacità di scegliere intelligentemente o razionalmente.

La lettura del romanzo di Scaccia, offre numerosi spunti di riflessione sulle scelte che, intelligentemente o razionalmente, si fanno nell’arco dell’esistenza di ognuno di noi.

Dal suo splendido isolamento, Gianmarco osserva l’insieme di umanità che scorre davanti ai suoi occhi: la trama delle sue relazioni viene fornita dal movimento delle riflessioni, degli incontri, delle discussioni che a volte evidenziano aspetti e momenti separati, altre volte forniscono una connessione di piani linguistico-simbolici a piani logico-espressivi.

Gianmarco è in continua, costante ricerca di una organicità elaborativi tanto da dimenticare l’esistenza di altri, che per questo vengono piegati ai suoi interessi.

In un’esistenza accerchiata dai simboli cardinali del suo paese, della sua terra, quasi viene a mancare il fondo umano della sua protesta. Di questa assenza la sua vita è un’epitome, la distruttiva opera dell’irrazionale che nel pensiero della ragione celebra la sua apoteosi unilaterale.

Eppure Mario Scaccia ha creato un personaggio che può essere uno di noi; e come noi rimane affascinato dalla sirene dell’immagine che la televisione ha innalzato a valore universale.

Si assiste ad una mimesi impossibile: la riconversione del pensiero astratto in vita, tramite il vissuto.

L’autore avvia, così, un processo di umanizzazione che subisce, nella sua fase intimista, una trasformazione ideologica che assorbe tutto il resto.

Gli affetti, le emozioni che questi suscitano, si appiattiscono sul riconoscimento egoistico di una vita praticata in un temporaneo esilio identitario, pur nella consapevolezza che uno sradicamento totale è pressoché impossibile.

Mario Scaccia fa volare alto Gianmarco. Ed il suo volo è una continua ricerca di un assetto stabile, una rotta sicura, un atterraggio perfettamente planato.

In questa continua ricerca, egli mette tutta la tensione conservativa del proprio essere, mantenendosi in equilibrio tra i poli estremi della temporalità umana, in un andare e venire che a volte coincidono con la sua stessa distruzione.

Come i calanchi che incontra nel suo viaggio alla volta di Siena, per vedere la donna che non vorrà più vederlo, Gianmarco sprofonda nei solchi rugosi delle sue scelte, dei suoi recuperi, dei suoi riconoscimenti, sempre postumi.

Infatti, i momenti delle sue scelte, dei suoi recuperi, dei suoi riconoscimenti sono colti, dall’autore, in un movimento percettivo di assoluta estraneità.

Scaccia fa muovere il suo protagonista tra “cose “ che non sente.

Tuttavia, nello spessore sordo del suo esistere, il solo reale che lo sommuove è il ritorno al suo paese.

Soltanto nel suo paese, fra quelle case e strade, tra gli amici del bar ritrova la sua dimensione.

Al di fuori di questa contingenza, ogni atto compiuto è sempre un nuovo inizio.

Tutto ciò rende la lettura piacevole, e fa in modo che questa sorta di deja-vù non approdi ad un mesto rituale, dove ognuno di noi trova qualche brano della propria quotidianità.

L’autore ci porta a rintracciare nel rapporto fittizio, ma evolutivo, tra Gianmarco e la corte degli altri soggetti presenti, i segnali che rivelino i sintomi di un malessere esistenziale, generazionale.

La narrazione affronta la presenza dei luoghi comuni, con la sobrietà e schiettezza che trascinano il lettore lungo una tavolozza di coloriture dialogiche, che sembrano appese al cavalletto di Mario Scaccia.

Si ricompongono in una immediatezza da pittore naïf, le insicurezze legate alle scelte per un lavoro e gli accessi di un innamoramento impossibile, la vicinanza discreta, e mai disconosciuta, di Luisa e la presenza della famiglia come attuazione pluralizzata degli affetti più indissolubili.

Con questo senso sempre acceso, con/nel quale vive Gianmarco, l’autore introduce l’elemento, quasi disturbante, ma sempre immanente, della risposta aquello che la modernità chiede.

Allora, le pagine diventano la reiterata condanna di come e quanto il progresso dis-aggrega, nel tentativo di affermare la sua logica produttivistica e utilitaristica.

L’originalità primitiva dell’essere come stato naturale, ci fornisce la cifra di un’esistenza in cui tutto è, e niente deve essere.

I personaggi di Scaccia li possiamo trovare nella nostra città, camminarci a fianco, e non ce ne accorgeremmo: l’intuizione felice, l’innocenza irripetibile con le quali l’autore li consegna alle pagine di un libro, fanno di “Due braccia e una lira” un romanzo godibile, perfettamente in linea con i percorsi esistenziali a volte mascherati, a volte no, di ognuno di noi.


Una recensione di Salvo Ferlazzo



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