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Coada (La fila)
di Dragos Voicu
Pubblicato su PB20


Anno 2009- Cartea Romaneasca

ISBN 9789732328729

Una recensione di Lorena Curiman
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 Coada (La fila)

“Signore e Signori, vi presentiamo il gioco di società, a tema storico, Stai in fila!”

Inizia così, con un annuncio importante, il gioco che a differenza di tanti altri giochi da tavolo non ricostruisce eventi importanti della storia del mondo o delle grandi battaglie. Definito dall’ideatore polacco, Karol Madak, un prodotto moderno e educativo, il gioco vuole portare alla conoscenza dei piccoli e dei grandi le conseguenze del comunismo: in passato, uno stile di vita orrendo imposto alla popolazione e in presente,questo gioco.

Dopo un brevissimo riassunto del periodo più buio del comunismo, dal quale nessuno capirebbe il reale svolgimento dei fatti storici e, soprattutto, le sofferenze vissute da tutte le persone che dubito si divertirebbero a passare il tempo libero a “mettersi in fila”, le istruzioni di gioco mettono in risalto l’intento di provocare emozioni forti e addirittura ilarità, invitando però alla riflessione: l’assurdo modello sociale comunista e l’impossibilità di uscire dal sistema, la privazione dei diritti umani fondamentali e le umiliazioni.

Le regole (tante e non facili da comprendere, prova le istruzioni a non finire): si chiede ai giocatori di usare quanto più possibile l’immaginazione per creare nella loro mente una situazione simile al periodo degli anni ’80 (il gioco si riferisce alla popolazione polacca sotto il comunismo, ma con facilità si può adattare ad altri paesi in cui il comunismo si è manifestato allo stesso modo) dei Paesi dell’Est. Sono avvertiti che l’unico sogno della loro vita è procurarsi il cibo e per questo motivo bisogna tener d’occhio costantemente il rifornimento saltuario e a sorpresa dei negozietti di quartiere.

Ogni giocatore riceve una buona notizia (ha dei soldi da spendere), una cattiva (le quantità di cibo, che arrivano ogni tanto nei negozi, sono sempre poche, quindi non bastano per tutti) e un ammonimento, che fa sia da suggerimento sia da barzelletta, perché non ha niente a che vedere con una situazione reale di disperazione e scoraggiamento (“vi preghiamo di non farvi prendere dal panico e di mettervi, con molta calma, in fila. Sta per arrivare la merce e, forse, basterà per tutti”.)

Le tappe del gioco da percorrere sono:

- ottenere un posto in fila, preferibilmente il più vicino alla porta d’ingresso di ogni negozio;

- l’attesa (come sopra raccomandato, con molta calma - non importa la fame ed il freddo, d’altronde “immaginati”);

- il trambusto e gli spintoni, in fila, all’arrivo della merce (impossibile da percepire, nonostante la descrizione di questa fase del gioco, e da mettere in atto, visto che si usano semplici carte da gioco e alcune pedine che dovrebbero raffigurare le persone; e se vogliamo proprio immaginare una fila comunista vera, allora bisognerebbe esprimere, in qualche modo, anche il panico, la paura e l’ansia di non riuscire ad accaparrare un infimo pezzettino di qualsiasi cosa purché sia commestibile) ;

- il baratto al bazar (una regola strana ma reale in quel periodo, è quella che ogni giocatore può prendere dal negozio un solo prodotto alla volta, anche se ha bisogno di più prodotti e gli avanzano soldi – com’è accaduto veramente durante il comunismo, quando la quantità e il tipo di prodotto acquistato era segnata nelle cartelle nominale di razionalizzazione; ma nel gioco esiste la possibilità di barattare i prodotti che i giocatori detengono con quelli che si trovano al bazar e un’altra buona notizia è che lo possono fare con più prodotti alla volta e più volte – in realtà, lo scambio di merci esisteva durante il comunismo solo fra le persone e di nascosto dagli occhi degli spioni dei Servizi Segreti della Securitate) e lo speculatore (entra in gioco un personaggio noto di fatto anche durante il comunismo, ma a differenza di come accadevano le cose allora – cioè faceva la fila, a pagamento, per conto di altri, impossibilitati di rimanere ore e ore in fila oppure comprava merce per rivenderla ad un prezzo più alto - nel gioco non guadagna mai nulla e il cibo acquistato da esso viene rimesso in vendita e lui rimandato in fila)

Che abbia inizio il gioco! Adesso che sappiamo cosa dobbiamo fare - le vittime - possiamo anche morire dalle risate, mentre ci caliamo nei panni dei più disperati della storia, che la maggior parte del tempo lo ha impiegato a formare file chilometriche, tutti i santi giorni, con la sola ragione di ottenere anche una minima quantità di cibo per la sopravvivenza … possiamo anche mettere alla prova le nostre capacità di resistenza e pazienza richieste da una fila, sempre rilassandoci e fare magari battutine comiche, da brave “vittime” che non si arrendono facilmente e spinti dal desiderio di vincere (non dalla fame, dal freddo e dalla disperazione delle reali vittime), ma l’unica cosa che fa ridere è il nonsenso di una situazione che, con fatica, si crede sia mai esistita … ma per riuscire a interpretare bene il personaggio e assicurarci la vincita siamo aiutati da una foto … a dir poco invitante a ridere a crepapelle e non so quanto possa divertirsi un nonno assieme al suo nipotino o due figli di genitori che hanno vissuto quelle file sulla loro propria pelle da bambini allora, con il nuovo gioco di compagnia. Si può sempre pensare che i piccoli giocatori debbano avere sempre un buon guidatore adulto che aggiunga i dettagli mancanti del gioco, ma rimangono sempre dei ricordi dolorosi per chi ha vissuto in prima persona quel periodo e delle lezioni di vita durissime per i desiderosi a cimentarsi con gli episodi più bui della storia, come ben dimostrano le diciture di alcune carte (“Mamma con neonato in braccio”, “Critica delle autorità”, “Merce passata sotto mano”, “Amico del Partito Comunista”).

Con tutto quello che il gioco promette di insegnare ai giovani giocatori sugli sbagli del passato e con tutto l’impegno e l’immaginazione che riescono a coinvolgere nell’ardua impresa di imparare dagli errori commessi a non ripeterli, non sono così sicura che un bambino odierno possa figurarsi un mondo in cui non solo non era facile soddisfare i bisogni primari, ma doveva anche patire le pene dell’odiosa fila, che a quell’epoca era diventata uno spettacolo giornaliero, normale e che non sorprendeva più nessuno; anzi un gruppo di persone riunite davanti ad un negozio era un buon segno, perché voleva dire che stava per arrivare il camion con il cibo.

La gente si metteva in fila in automatico, senza sapere nemmeno cosa, come e quando sarebbe arrivato qualcosa e sempre in modo naturale si è formata la figura del professionista della fila: cambiava il suo turno di stare in fila con un altro membro della famiglia per non perdere il posto, speculava sui prodotti da vendere a doppio prezzo o faceva la fila a pagamento per terzi, approfittava del trambusto e della disattenzione per avanzare di qualche metro nella fila, con uso non di rado di gomitate e calci, richiamava all’appello i membri della fila iscritti nella lista, in qualità di capo fila, e divideva la fila in due rami: uno per i disabili, per gli anziani e per le mamme con bambini in braccio (per questo motivo circolava l’abitudine di “prendere in prestito un bambino”) e l’altro per il resto della popolazione.

L’unica arma di queste persone sfortunate per difendersi dalla disperazione, dalla frustrazione e dall’incapacità di migliorare le loro vite e che potevano sfruttare, era l’umorismo, ridere della situazione assurda e di se stessi. Nonostante l’assenza di un vero motivo per ridere e la voglia di farlo, quanto più la fila era lunga, tanto più circolavano barzellette e racconti, l’unico modo per resistere alle vicissitudini della vita e far sembrare meno pesante il male imposto.

Un evento tragicomico, all’inaugurazione del gioco all’Istituto della Memoria Nazionale in Polonia nel 2011, si è verificato davanti all’edificio, dove si è formata una fila di persone che desideravano comprare il gioco e che avevano sentito mormorare in giro che sarebbe stata una sua edizione limitata … una situazione alquanto bizzarra, visto che si trattava di un gioco con il tema la fila!

I “nostalgici” del comunismo non hanno certo bisogno di un gioco per riportare alla memoria quella parte della loro vita che, anche se volessero, non riuscirebbero a dimenticarla per quanto atroce è stata, ma soprattutto un gioco non sostituisce un’esperienza personale. Per non parlare dei bambini-giocatori che non riuscirebbero a immaginare un’infanzia vissuta in fila, con giochi improvvisati in piedi per ore e compiti fatti sulle ginocchia, sempre in fila. Comunque, troppo facile liberarsi da questa visione chiudendo semplicemente la scatola del gioco, privilegio di cui non godevano ovviamente i bambini coinvolti nel gioco vero del comunismo e che di giochi ne avevano visti molto pochi, che dovevano rinunciare ai passatempi e spesso al riposo per non perdere il posto in fila, che convivono da adulti con i traumi dell’infanzia e che avrebbero preferito non conoscere mai le file.

Un gioco di questo genere è triste. Come lo è stato quel periodo e la vita delle persone.

Il messaggio lanciato dallo scrittore Dragos Voicu nel suo libro di debutto, dal titolo omonimo del gioco polacco,

“Per le generazioni passate, per ricordare; per le generazioni future, per raccontare”,

annuncia il fenomeno socio-psicologico sperimentato dal popolo romeno sotto il comunismo, con la sua più caratteristica particolarità: le file infinite per la sopravvivenza, che sostituivano il diritto alla vita.

La Fila di Voicu è un enorme cordone che circonda l’intera città, unisce i destini degli affamati e degli infreddoliti che la compongono, assieme agli eventi più o meno significativi delle loro vite e delle discussioni che nascono in questa specie di corteo statico, dove l’istinto di sopravvivenza e la capacità di adattamento dell’uomo alle più crudeli condizioni di vita trasformano il grottesco in festa. In questo senso, esplicita per una precisa descrizione di questo periodo è la scelta dello scrittore per la copertina del romanzo – La sepoltura della sardina di Goya, tela che raffigura la fine del carnevale per fare posto alla Quaresima – che desidera mettere in evidenza la sottocondizione umana creata dal comunismo che ha come unico obbiettivo nella vita il traguardo del nutrirsi:

“La felicità è avere da bere e da mangiare”!

Dentro questo incubo, la salvezza arriva soltanto dall’arte, in questo caso da uno dei personaggi del romanzo che durante le ore estenuanti in fila si aggrappa alla letteratura e alla scrittura.

La Fila è un organismo tanto vivo quanto i suoi componenti - i corpi stremati delle persone - che potrebbe, se solo si rendesse conto del concetto della libertà incondizionata, interrompere gli orrori che hanno scaturito la sua nascita e hanno cinto un’intera città come una cordone intorno al collo:

“Se Dio avesse tirato le estremità del cordone, ci avrebbe strangolato tutti quanti”.

Ma lo spirito ottimista e saggio del romeno non lo abbandona nemmeno quando è messo alle strette e Zio Tino si accorge che

“La Fila è una vera e propria scuola della vita, conosci tante persone e le loro vite e impari tante cose utili, non s’impara a scuola quello che s’impara in una fila … Fare la fila è come andare alle armi, se non vivi questa esperienza non diventi un uomo a tutti gli effetti”.

Man mano che passano i giorni, la gente si convince sempre di più che le file sono state inventate con uno scopo, non a caso, per necessità o per la disperazione, ma per socializzare:

“Lo Stato ha creato le file per farci incontrare, per discutere e per raccontarci i problemi, non costa niente stare in fila e rischiamo addirittura di tornare a casa con un po’ di cibo”.

Lo scrittore non dimentica di incorporare nel suo racconto della Fila, che dura un anno intero in attesa del furgoncino che dovrebbe portare tacamurile (ali di pollo), anche le peculiarità della vita comunista: le banane che ogni tanto arrivavano nei negozi, ancora verdi e messe su un pezzo di carta da giornale sull’armadio, il fremito dell’attesa della loro maturazione; la chiave di casa attaccata con un laccetto al collo dei bambini perennemente soli, perché i genitori dovevano lavorare per aumentare la produzione economica, tanto necessaria per l’esportazione, mica per sfamare la popolazione; lo scambio di merci rubate al posto di lavoro tra genitori e lo scambio di giocattoli tra bambini, che imparavano in fretta e imitavano le abitudini dei grandi; l’acqua gassata artificialmente, con anidride carbonica, in sifoni di vetro o di metallo; i Pionieri della Patria, organizzazione giovanile comunista; gli allevamenti del baco da seta e la raccolta delle foglie di gelso di cui si nutrivano i vermi; le collette di bottiglie e barratoli di vetro; l’assenza totale della luce, del riscaldamento e della acqua calda nelle abitazioni e le improvvisazioni geniali delle persone costrette ad arrangiarsi con il poco a disposizione; gli aborti clandestini e lo spionaggio in incognito.

Dragos Voicu si rivolge tramite la sua scrittura a tutte le età, dai più piccoli fino ai pensionati, per ognuno di loro ha qualcosa da dire attraverso i ricordi, che li seziona in mille pezzi con uno stile diretto, senza vergogna e senza pietà, con meticolosità quasi maniacale, rimescola nel cassetto della memoria di ognuno di noi, quasi per paura che qualcuno si fosse dimenticato … e anche se l’umorismo lo caratterizza e lo applica a tutte le aberrazioni e i nonsensi della logica comunista che governava il Paese in quel periodo, di certo non vuole “giocare” e divertirsi con i sentimenti e i destini delle persone che hanno fatto la fila, compresso lui stesso, non su un tavolo da gioco e con pedine al posto delle persone.

Forse il romanzo La Fila è più indicativo e educativo che un gioco per la nuova generazione,che potrebbe conoscere e comprendere meglio i cinquanta anni di comunismo in Romania e per la generazione che nel passaggio dal comunismo alla democrazia erano ancora bambini, ma già adulti nella mentalità, cresciuti troppo in fretta per lo stile di vita carente e severo.

Il mio libro è anche una dichiarazione d’amore per il mio Paese. Mi piacerebbe che La Fila sia letto con piacere, senza risentimento, allo stesso modo come leggerebbe una donna attempata delle vecchie lettere da un innamorato dei tempi della giovinezza” (Dragos Voicu)


Una recensione di Lorena Curiman



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