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Il giardino dei principi
di Giovanni Buzi
Pubblicato su PB17


Anno 2003- Massari Editori
Prezzo € 7- 160pp.
Collana Aspidistra
ISBN n/a

Una recensione di Carlo Santulli
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Me lo ricordo, il terremoto di cui parla Giovanni Buzi nel suo delicato e prezioso sogno ad occhi aperti intitolato “Il giardino dei principi”: era il 1971, l’anno in cui nevicò a marzo, e lo ricollego nella memoria alle foto del duomo di Tuscania semi-crollato. La scossa si sentì anche a Roma ai piani alti, poco da noi, che stavamo solo al terzo in un palazzo di sette. Sapevo, per istinto infantile, che abitare al sesto od al settimo non era una buona idea, e la scossa tellurica me lo confermò. E poi Vignanello, il paese di Buzi, era vicino all’epicentro. Ma si sa, in quel mondo da bambini, confuso tra fantasia e realtà, dove gli animali hanno nomi più umani degli umani stessi, e dove gli andirivieni temporali tra passato, presente e futuro sono nella norma, non bisogna farsi scoraggiare dalle forze della natura né dalle distanze, un po’ come il nonno che va a prendere le statuette del presepio a Roma, anche se forse potrebbe trovarle in paese. E ci va a piedi naturalmente. La logica è quella delle favole, dove le ragazze di campagna appena un po’ bellocce diventano principesse ed anche i Diavoli sembra non trovino di meglio da fare che visitare qualche grotta, quasi fossero turisti. D’altronde, i paesani credono ai Diavoli (maiuscoli, come sono maiuscole le Badesse, le Marchese...e le Portiere: è il ruolo che “maiuscola”, non il prestigio sociale), e loro li compensano così, occupando dei luoghi della loro campagna, forse per godersi il panorama sotterraneo. E ci sono i paesani che tornano da Roma, che in fondo non è lontana, ma sono cambiati, sono romani, parlano un’altra lingua, vivono un’altra vita. Ed anche Vallerano, il paese vicino, è già un altro mondo, al punto che le vecchie dicono “ha sposato un valleranese...catastrofe entro il mese”. E l’Italia non si traduce in altro che in Carabinieri e carta bollata.
Eppure il progresso è arrivato, più o meno, o almeno quello che percepisce il bimbo, con le bambole parlanti, ma sempre stupidelle e un po’ antipatiche come un “maschietto” spesso finisce per vederle (sulla bambola Michela, di cui parla Buzi, posso confermare, ce l’aveva mia sorella, portava un dischetto sepolto nella schiena che non la rendeva molto maneggevole, ma lagnosa sì). E c’è la televisione in cucina (sapete, quella che veniva posta su una specie di altare profano) ed i paesani le sacramentano contro, quando appare qualche politico, mentre i film e le canzonette hanno più successo, benché le idee sul cinema, specie americano, siano inevitabilmente confuse, anche la bellezza di Ava Gardner venga messa in dubbio e sia il marito e non la moglie ad andare in vacanza nel celebre film di Billy Wilder...trasportato a Vignanello.
La caratteristica che ho apprezzato di più di questo libro, che scorre tra le mani con facilità ad una prima lettura, ma si riprende con gusto anche ad apertura di pagina, tanto è pieno di personaggi e di fatti raccontati con bravura, ma anche con passione ed a volte un po’ di struggimento, è che Buzi sembra sia riuscito a piegare il suo stile alle esigenze di quel che racconta. Non si prende troppo sul serio, è lieve, serrato, essenziale e spesso divertente, perché è circondato dalla folla del suo sogno, dal nonno, ai genitori, a Barberona, la vicina, che è la vera protagonista. Tanti personaggi che agli occhi del bambino dicono sempre cose serissime e a volte gravi, come quando suo padre parla del mare, e la vicina spiega che gli angeli sono colombi, non si può toccarli per non riceverne in cambio una beccata sulla mano. L’essenzialità dello stile è necessaria, perché, come in tutte le favole, vere o no, il personaggio-narratore si dilunga in digressioni, perde il filo, per poi rendersi conto che non c’è nessun filo da seguire, perché il racconto è la favola della nostra vita che più che una fine ha un continuo ricorso, cosicché anche chi ci ha lasciato è in fondo sempre con noi nel ricordo, nel bene o nel male.


Una recensione di Carlo Santulli



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